L’inconscio non rimosso in Matte Blanco

Estratto da Psicoterapia Psicoanalitica, Anno XX – numero 1, gennaio-giugno 2013, pp. 99-113.

L’esplorazione di Matte Blanco sul tema dell’inconscio non rimosso prende origine dall’esigenza di ricostruirne il funzionamento, alla luce della logica matematica e in particolare della teoria degli insiemi infiniti. Convinto dell’esigenza di tradurre la teoria psicoanalitica attraverso un linguaggio che sappia rendere la complessità e la potenza dell’inconscio, uscendo dalle metafore spazio-temporali tradizionalmente adottate, Matte Blanco coniuga le teorie matematiche all’osservazione clinica. E lo fa in maniera diversa rispetto all’altro grande innovatore del linguaggio, scompositore dei codici tradizionali, Wilfred Bion. Se per questi infatti era soprattutto questione di uscire dalla chiusura delle tradizionali metafore psicoanalitiche, indebolite nella loro capacità di restituire un  senso complesso dei fenomeni mentali perché ormai saturate, in Matte Blanco il tentativo è quello di attingere a una struttura di pensiero che, più astratta e potente, sappia reggere il potenziale necessario a studiare le leggi della mente inconscia. Non tanto un linguaggio per descrivere, quindi, quanto piuttosto strumenti nuovi per spiegare la teoria della clinica. Ed è proprio da un passaggio nella teoria del pensiero freudiano che Matte Blanco si muove per formulare la propria esigenza. È particolarmente attorno alla svolta della seconda topica, con l’introduzione del modello tripartito ne L’Io e l’Es (1923) che  sente allontanarsi il costrutto di inconscio come struttura mentale, in favore di una sua declinazione sfumata rispetto all’identità a se stante della prima topica:

“Bisogna, in verità riconoscere  che l’inconscio, la più eminente delle creature legittime di Freud, è stato diseredato nell’Io e l’Es e, in quanto tale, non ha mai più occupato lo stesso posto di prima. È stato rimpiazzato da due concetti: la qualità di essere inconscio e l’Es. Nessuno dei due ha la potenza, la dignità, l’eleganza o la maestà del vecchio inconscio”.
(L’inconscio come insiemi infiniti, 1975. Einaudi, 2000, p. 74. Corsivi dell’autore)

La qualità di essere inconscio e poi l’Es, l’erede cioè del vecchio inconscio strutturale. Un’eredità tuttavia parziale, o meglio sfalsata rispetto al vecchio Sistema Inc., una provincia decentrata nella geografia mutata della nuova metapsicologia. Inconscio è divenuto sempre più un aggettivo e meno un sostantivo. Il flusso della teoria ha seguito un percorso che s’allontana dall’idea di un inconscio ben collocato, al centro del quadro di riferimento psicoanalitico, in favore di una sua declinazione che all’occorrenza interviene a connotare aree della mente altrimenti consce. Ne sono un esempio le aree inconsce dell’Io, come pure i meccanismi di formazione del Super -Io. È chiaro quanto l’idea di rimozione sia coinvolta in questo processo e come “l’inconscio come qualità” sia in definitiva un inconscio rimosso. Ma dove sta andando l’inconscio non rimosso, in questa nuova formulazione, e che ne è delle sue leggi?

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