Demetra/Persefone, la continua rincorsa di madri e figlie.

(intervento presentato per l’apertura del ciclo di incontri sul femminile a Palazzo Isolani, Bologna, nel novembre 2011)

Quando un uomo vuole parlare di femminile, va incontro a un’esperienza duplice che contiene in sé una parte di difficoltà e una di facilità. Dico questo in qualche modo anche per suggerire una certa indulgenza nei confronti di chi, come me ora, si trova esposto ai rischi di questo discorso. La difficoltà cui un uomo va incontro, quando vuole parlare di donne e della loro natura sta nella sua estraneità a quel mondo, nell’esserne tagliato fuori. Ed è un bel problema questo, che -se affrontato- ci porterebbe dritti dritti a parlare del cordone ombelicale e delle sue molteplici forme di cesura. Meriterebbe tuttavia un altro tempo e un altro spazio, che ora non abbiamo. Per stasera però dovremo restare qui, e dirci qualcosa a proposito di questo cosmo articolato in cui ci siamo riuniti. Il padre della cosiddetta “Scuola Storico-Psicologica”, l’antropologo Leo Frobenius, riporta in un suo scritto(1) le parole di una donna africana, che non lasciano molti dubbi a proposito di quel che vi sto dicendo:

“Come un uomo potrebbe sapere cosa sia una donna? La vita della donna è talmente differente da quella degli uomini. Dio ha fatto così […] Egli è il medesimo prima del suo primo incontro con una donna e dopo. Il giorno in cui una donna conosce per la prima volta l’amore, spezza la sua vita in due. Quel giorno essa diventa un’altra. L’uomo, dopo il suo primo amore, rimane quello che era prima… La sua vita ed il suo corpo rimangono sempre gli stessi. La donna concepisce. Quale madre, essa è un’altra che la donna senza figli. Essa innanzi tutto porta per nove mesi nel proprio corpo le conseguenze di quella notte(2) […] Tutto questo l’uomo non lo conosce; egli non ne sa niente. Egli ignora la differenza che passa fra il tempo prima dell’amore e quello dopo l’amore, fra quello prima della maternità e quello dopo la maternità… La donna può fare una cosa sola: essa può stare attenta a sé […] Essa deve essere sempre come è la sua natura. Deve sempre essere fanciulla o essere madre. Prima di ogni amore essa è fanciulla, dopo essa è madre”.

Bene, volevo essere chiaro sul fatto che le mie parole potranno toccare gli argomenti, stimolare la vostra immaginazione, ma che non intendono porsi come Verità. Quella la lasciamo agli dei e a chi abita il proprio corpo. Ma c’è un altro lato, vi dicevo, per cui la situazione in cui un uomo parla di donne, diviene favorevole. E questo altro lato sta proprio nella distanza. Quel limite, che prima ci era apparso escludente, ora è una forza che ci struttura, rendendo possibile il nostro discorso. Come la colomba trova ostacolo nell’aria e deve fenderla per attraversare lo spazio, così quella stessa aria si fa sostegno sotto le sue ali e la mantiene in volo.(3) È la distanza, dunque, che mi consentirà di parlarvi di questa storia che riguarda madri e figlie, attaccamento e perdita, amore e morte. La distanza che si dice “olimpica”, perché appartiene a quell’altra figura maschile, coinvolta, sempre coinvolta, nelle trame del mondo: Zeus.

Ma andiamo con ordine. Si è detto che questa sera avremmo parlato di madri e di figlie, del loro complesso rapporto (o almeno di uno dei complessi aspetti di quel rapporto) e della questione del passaggio tra un’età e l’altra. Si è detto anche -forse un po’ più tra le righe- che si sarebbe provato a spiegare l’impossibilità d’essere madri e figlie nello stesso momento, di come una cosa cacci via l’altra e di quanto questo riguardi il matrimonio, l’amore, il rapimento e la morte. Per far questo ci appoggeremo a un mitologema -una tradizione mitologica- che appartiene alla nostra cultura ma che con alcune variazioni si trova in altre latitudini e continenti.  Prenderemo la vicenda capitata alla più classica tra le coppie madre/figlia: Demetra e Persefone. Ora, dovremmo dire che di loro si sa abbastanza, per quanto riguarda la storia ma che dentro questa storia sono custoditi aspetti religiosi e iniziatici, il cui contenuto viceversa è pressoché segreto, essendo appartenuti alla più importante tradizione misterica dell’antichità: i Misteri di Eleusi. Lasceremo quell’ambito quasi lambendolo, conservando tuttavia la percezione di trovarci su un terreno che ha più strati, la cui natura va investigata con gli strumenti più idonei a ciascun caso. Noi ci occuperemo dell’esperienza psicologica e dunque di quello strano incatenarsi di pensieri e sentimenti nel flusso della vita vissuta.

Vediamo la storia. Persefone dalle belle caviglie è la figlia di Demetra dalla bella chioma. La veneranda Demetra, la dea delle splendide messi, la Natura Madre. Persefone, gioca con altre fanciulle e coglie fiori: rose, croco, belle viole, iridi, giacinto e narciso. Possiamo immaginarla immersa nella piena grazia della natura, intatta in quell’abbraccio luminoso, attraversata dai profumi e dai colori. Persefone abitava l’Eden, era nel suo paradiso terrestre. Anzi, nemmeno potremmo dire “il suo”, perché abitava un mondo privo di separatezza, in cui tutto è dato; un mondo in cui non esiste l’altro, quell’altro che abbia un suo proprio privato paradiso. Non è un universo simbiotico, questo, nel senso che c’è corrispondenza tra i fiori attraverso cui si manifesta Demetra e la figlia che ne gioisce. Ma è un universo di perfetta sintonia. È un mondo in cui le corrispondenze sono perfette. Madre e figlia si riflettono come la mano destra con quella sinistra. Ed è proprio lì nel mezzo però che a un dato momento appare un fiore nuovo,

“mirabile e raggiante –dice Omero- spettacolo prodigioso per tutti: alla sua radice erano sbocciati cento fiori e all’effluvio fragrante tutto l’ampio cielo in alto, e tutta la terra sorrideva, e i salsi flutti del mare”.

C’era da farsi venire il sospetto, direte… Di chi era quel fiore? Chi l’aveva messo lì? Ade, il Dio degli Inferi. La fanciulla allunga le mani per coglierlo e sotto i suoi piedi la terra si apre. È un istante e Persefone viene caricata sul carro d’oro di quel Dio “che molti uomini accoglie”. Lei piange e getta alte grida ma, e questo fatto straordinario ci dovrebbe far pensare, nessuno sente quella voce. Nessuno eccetto Ecate, la luna, e il divino Elio, il sole. La morte arriva all’improvviso. Proprio come l’amore. Ovvero, la morte e l’amore arrivano anche gradatamente ma la loro è sempre una rivelazione, qualcosa per cui non ci siamo mai interamente preparati. Demetra inizia la sua ricerca, turbata, della figlia e percorre “la terra e il mare come un uccello”. Vaga per nove giorni e nove notti senza nutrirsi e all’alba del decimo viene raggiunta da Ecate che la informa. La verità, è sempre lei che ci viene incontro. Non possiamo pretendere di trovarla, neppure cercandola per dieci giorni, neppure se siamo una dea, una dea tanto potente quanto lo è Demetra. Ecate, che molte cose conosce del mondo al di là, del regno in cui non giunge il sole, la mette al corrente e le reca la medesima rivelazione poc’anzi toccata alla figlia.(4) Da qui inizia un cammino per ogni santo in cielo e in terra, diremmo oggi, ma che non sembra dare molti frutti. La dea delle messi, compie ricerche infruttuose sulla morte e sull’amore. Poi la storia si articola e vale la pena di accennarla, perché contiene qualcosa che ci rivela più appieno il senso della posizione di quella madre. Demetra raggiunge, nel suo disperato vagare, il regno di Celeo ad Eleusi. S’incontra con le sue figlie a una fonte, dove l’acqua scorreva abbondante, e viene invitata a fermarsi in casa loro come balia. Lei naturalmente nasconde il proprio nome, e racconta d’essere stata rapita -ma guarda un po’- e di essersi infine liberata, fuggendo. Ma fa di più: si rivela come una “donna attempata” e si presenta come nonna.(5) Dice che sì, le farebbe piacere prendersi cura di un “bambino appena nato, che lo potrebbe allevare premurosamente, che potrebbe anche prendersi cura della casa”. Le giovani figlie di Celeo corrono dalla propria madre Metanira dalla vita sottile e la pregano d’invitare l’anziana donna. Quando Demetra varcherà la soglia, col capo toccherà la volta e riempirà il vestibolo di una luce sovraumana. Verrà accolta come regina ma respingerà ogni tributo, particolarmente un calice di vino rosso, che spiegherà esserle vietato, per avere in cambio una bevanda fatta di acqua, farina d’orzo e menta.

Ora, Metanira ha un figlio prediletto. Si chiama Demofonte, ed è arrivato “contro ogni speranza”, dopo mille preghiere. Metanira l’offre a Demetra perché se ne prenda cura. E che cosa fareste voi se foste una dea ma anche una madre che ha appena perso il figlio? Probabilmente cerchereste di rendere immortale il figlio successivo. Così Demetra dalla bella corona inizia le sue pratiche: lo unge d’ambrosia, soffia dolcemente su di lui e lo stringe al seno. Ma non fa solo questo, che ancora sarebbe comprensibile anche a un mortale. Lei fa di più: lo cela di notte “nella vampa del fuoco, come un tizzone”, nascondendosi ai genitori. Il piccolo Demofonte cresceva precoce e sempre più assomigliava a un dio. E presto sarebbe divenuto, come un dio, immortale, se non fosse intervenuta Metanira a interrompere le cure divine: si spaventa, getta un grido, batte le cosce e accusa la dea di volerglielo ammazzare, provocando la reazione adirata di Demetra che minaccia carestie e abbandona la casa. A Metanira si sciolgono le ginocchia, dimentica il figlio sul pavimento e, come già successo a Persefone, perde la voce. Non riesce più a urlare. Ci sono dolori che sono indicibili. Preghiere che non possono essere dette. Come Persefone, Metanira ferisce il cuore di Demetra, allontanando la madre dal figlio. Per la seconda volta una donna, una moglie, scalza la madre dal rapporto intimo con la figlia e crea una cesura, dà un taglio. La dea madre riprende un lungo cammino di disperazione e rabbia. Tra gli dei dell’Olimpo, sarà Zeus, infine, che pure aveva acconsentito che Ade rapisse Persefone, a mandare Ermes nel regno dei morti e ottenere la liberazione. Ma qualcosa qui succede ancora: Persefone, ormai sposa e regina, torna alla madre ma non per l’intera parte del tempo, bensì nella misura dei due terzi di un anno solare. Ade infatti, le fa mangiare di nascosto un seme di melograno, “dolce come il miele”.(6) Il rosso melograno. Consumare cibo nel regno dei morti era ritenuto capace di creare un legame indissolubile; inoltre quei semi erano un simbolo di fertilità sacro ad Afrodite. Afrodite si contrappone a Demetra come l’amore coniugale a quello materno.

Proviamo a prendere distanza dalla narrazione quanto basta perché ne emerga la struttura. Abbiamo di fronte delle coppie di opposti. Vediamo:

– Il rosso del melograno (e del vino) con il verde della menta nella preparazione del cyceon;

– l’amore coniugale con l’amore materno;

– la moglie con la madre;

– Afrodite con Demetra;

Ora, attenzione: abbiamo coppie di opposti, che si danno vita l’un l’altro, senza darsi mai insieme. Qualcosa di molto simile al respiro: senza espirazione non vi sarebbe inspirazione, e viceversa. Verremo tra poco alle conseguenze cliniche che un fallimento di questo passaggio può portare. Oltre a ciò, ricorre nel Mito la descrizione in tre parti dell’esistenza:

– “la figlia, per la terza parte dell’anno che compie il suo ciclo -dice Omero- sarebbe rimasta laggiù, nella tenebra densa; per due terzi con la madre e con gli altri immortali;

– ma anche le tre parti della vita, in una donna: figlia, moglie (e madre), nonna. È l’ingresso della figlia nel matrimonio a spingere la madre nell’età terza: la madre diviene nonna, la figlia madre.

E allora cosa succede? Perché madre e figlia si perdono quando questa diviene donna? È ancora una volta il rosso, come colore del sangue mestruale, a indirizzarci. Qual è la patologia che dà amenorrea e ha un picco d’insorgenza al menarca? L’anoressia. È lì che si colloca, nello scenario clinico, il Mito che abbiamo ascoltato. La figlia anoressica rifiuta il cibo, come fa Demetra nel suo luttuoso errare. E come Demetra, la ragazza anoressica, vive un lutto: quello della propria infanzia e del tempo mitico dell’Arcadia Felix. Ma come nel Mito, il flusso di Cronos, il tempo che scorre, viene garantito dall’attraversamento del dolore, così non avviene nello sviluppo della ragazza anoressica. Qui qualcosa si inceppa e blocca il meccanismo della trasformazione dell’esistenza. Il piccolo Demofonte -ripreso indietro dalla madre- non riesce a raggiungere l’immortalità. La giovane ragazza non si fa moglie. La madre non sa darsi pace. Non è più madre, non è ancora nonna.(7)

Uno scenario niente affatto rassicurante, starete pensando. Questo viene qui e ci racconta una storia tragica, spaventandoci con i pericoli del fraintendimento nel legame madre-figlia. Ma non è tutto così. Ade, Zeus, Ermes, Cronos: l’uomo gioca nell’ombra, in questo racconto, ma senza quell’ombra non vi sarebbe storia. Dico questo in senso stretto: la Storia è quello che accade nel flusso del tempo. La storia è un percorso a senso unico. Indietro non si torna. La storia e la morte, se non sono proprio la stessa persona, ci vanno molto vicino. Ade, il dio degli inferi, marito di Persefone, è anche il figlio di Crono. E Crono era quello che mangiava i propri figli… Lì la faccenda vive di un destino contrario. E su quel tema, tristemente attuale anche su un piano sociale ed economico, si dovrebbe spendere una tale quantità di parole da non farci più andare a letto.

Fatemi dire un’ultima cosa, sulla questione della sintonia.(8) Ricordate il giardino intimo di Persefone, quando abitava con la madre? Quel luogo era uno spazio interno ed era strettamente necessario perché la figlia potesse divenire moglie. E insieme, quell’esperienza di intima corrispondenza(9) era la premessa perché Persefone morisse e venisse rapita da Ade. Senza una buona sintonizzazione tra madre e figlia, non si riescono a fare i passi successivi. Si rimane bloccati. In fondo, anche giù nell’Ade crescono i melograni. Direte voi, bel guadagno andare a vivere tra i morti. Vi risponderei con una battuta di S. Lec: “All’inferno, anche il Diavolo è un eroe positivo”. E senza andare poi troppo lontano, non c’era una canzone tempo fa che diceva: “Si muore un po’ per poter vivere”?

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1 Der Kopf als Schicksal (La testa come destino), Munchen, 1924, p.88

2 È interessante che la donna africana immagini la notte, per parlare del momento di passaggio. Notte abitata da Ekate e mai raggiunta dai raggio di Elio. Notte che è nera come la casa di Ade, dio degli inferi, che sarà personaggio del nostro racconto.

3 Per l’immagine retorica suggerita, si veda Kant: “La colomba leggiera, mentre nel libero volo fende l’aria di cui sente la resistenza, potrebbe immaginare che le riuscirebbe assai meglio volare nello spazio vuoto di aria. Ed appunto così Platone abbandonò il mondo sensibile, poiché esso pone troppo angusti limiti17 all’intelletto; e si lanciò sulle ali delle idee al di là di esso, nello spazio vuoto dell’intelletto puro. Egli non si accorse che non guadagnava strada, malgrado i suoi sforzi; giacché non aveva, per così dire, nessun appoggio, sul quale potesse sostenersi e a cui potesse applicare le sue forze per muovere l’intelletto”. Immanuel Kant, (2000) Critica della ragion pura, Laterza, p. 38.

4 Sul senso di questa rivelazione si potrebbe parlare a lungo: è sull’esistenza della morte? Dell’amore? Dell’uomo, che irrompe con il proprio tempo lineare, nell’esperienza di ciclicità continua del rapporto madre/figlia?

5 Ricordiamoci di questo punto perché si parla di una “terza età” e si ribadisce la divisione in tre parti del ciclo di vita. La donna della seconda età, che è la madre, viene spinta dall’ingresso della figlia in quella stessa posizione, allo stadio successivo.

6 Ade, che era quello del fiore più bello, la doveva sapere lunga sui frutti di natura.

7 Occorre precisare come la figura clinica qui tratteggiata non riguardi la sola anoressia nervosa ma comprenda anche tutte quelle forme cliniche che si fondano sulla psicodinamica dell’addiction. Tale modello, vede le condotte di dipendenza come una conseguenza della dissociazione, generata a sua volta dall’alessitimia, e sostenuta da un disturbo dell’attaccamento e dall’esperienza traumatica. Per approfondimenti, si rimanda a: Caretti V., La Barbera D., (2005) Le dipendenze patologiche, Raffaello Cortina.

8 Per uno studio approfondito sul tema della sintonizzazione tra bambino e caregiver, si rimanda, tra gli altri a: Taylor G.J., Bagby R.M., Parker J.D.A., (2000) I disturbi della regolazione affettiva, Giovanni Fioriti editore.

9 “Attraverso la sua sintonizzazione con le espressioni comportamentali delle emozioni del bambino, il caregiver principale (che è di solito la madre) è in grado di rispondere con delle cure e delle espressioni emotive appropriate, facciali o di altro genere, che contribuiscono a loro volta a organizzare a regolare la vita emotiva del bambino” Stern D.N., (1984) Affect attunement. In J. D. Call, E. Galenson e R. L. Tyson (Eds.), Frontiers in infant psychiatry , vol. 2, pp 3-14. New York: Basic Books.

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