Perché l’anima non è come l’iPad.

Siamo sinceri, tutti ci abbiamo pensato. Almeno una volta abbiamo creduto che il nostro computer avesse un’anima. Ma quel pensiero, che tenuto all’ombra delle proprie riflessioni, veniva custodito quasi con affetto, a suggellare un patto d’intimità tra sé e la propria estensione tecnologica, quel pensiero, così scritto nero su bianco e pubblicato su La Stampa e Famiglia Cristiana, mi ha creato un certo imbarazzo. Non che le argomentazioni di Maurizio Ferraris fossero poco suggestive, anzi. La sensazione che stimolavano quei costrutti, volti a spiegare il salto ontologico di una macchina -l’iPad- dal rango di oggetto a quello di essere animato, era troppo invitante per non indurre un sospetto. Quel discorso, intessuto amabilmente di classicità e letteratura, filava via troppo veloce per riguardare temi come anima e spirito, pensiero e mente, vita e morte. Così, era il caso di fermarsi e provare a spiegare perché l’iPad -in realtà- un’anima non ce l’ha.

Ferraris, accostando il computer all’intelletto, attinge da un modello epistemologico che ha goduto di grande fortuna nella seconda metà del secolo scorso: quello cognitivista-computazionale, per il quale la mente funziona alla maniera di un grande calcolatore. Un calcolatore che abbia -per dirla nei termini che qui stiamo discutendo- una considerevole capacità di “memoria” e che sappia produrre operazioni su questo materiale. Oggi tuttavia le scienze della mente ampliano il proprio orizzonte fino ad abbracciare l’esperienza umana vissuta e le possibilità di trasformazione insite in essa. Ciò significa che la nostra capacità di conoscere il mondo e il nostro sentirci parte di esso, passa attraverso le sensazioni che il corpo sa restituirci, sulle quali noi costruiamo il senso dell’esistenza. La conoscenza del mondo è embodied, radicata nel corpo, come sostiene l’epistemologo Varela e come lo psicoanalista  Daniel Stern ricordava su La Repubblica qualche settimana fa, in un vivace dialogo con Massimo Ammanniti. Siamo di fronte ad una “rivoluzione intersoggettiva” nel mondo della psicologia e della psicoanalisi: non sono più le pulsioni a dare avvio e governare il comportamento umano, ma la sete dell’altro, il bisogno di comunicare e condividere le proprie esperienze. Se non riusciamo ad accedere a quel rapporto, rimaniamo imbrigliati in un gioco di rimandi autoreferenziali che portano alla perdita di sé.

Ma com’era edificato quel discorso sulla tabula-magnifica? L’anima è simile a un libro, il libro è come un iPad, l’iPad è come l’anima. Un sillogismo. E che anima e libro si assomiglino ce lo racconta Platone, nel Filebo, che fa dire a Socrate: “Mi sembra che la memoria, insieme alle sensazioni e agli affetti con cui si lega, quasi scrivano dei discorsi nelle nostre anime”. La memoria, un libro, i ricordi, sì; ma è quella  memoria che si unisce alle sensazioni e agli affetti a scrivere “discorsi nelle nostre anime”. Noi progrediamo nella conoscenza attraverso una continua costruzione di senso che plasma i pensieri sulle sensazioni e queste ultime sui primi. E l’iPad, almeno in questo possiamo essere certi, di sensazioni non sa provarne.

Eppure eravamo sicuri d’avere scorto un segno d’anima, nella nostra tavoletta luminosa. Forse per via di quei dati che, messi insieme, chiamiamo “la nostra storia”. “Come mai -domanda Ferraris- uno degli spettri che ci ossessionano di più è l’Alzheimer, ossia la perdita della memoria?”. Perché vi è “un nesso essenziale tra memoria e spirito”, ci spiega. Già, ma di quale memoria stiamo parlando? Non certo della platonica reminiscenza delle Origini. Né dell’Arte Ermetica di Raimondo Lullo e Giordano Bruno. Qui sembra confondersi anima con identità. Un’identità che, privata delle sue caratteristiche relazionali, rischia di perdersi e morire. È da Narciso che in fondo lo sappiamo. Con quell’ironia che solo la sorte o il Mito sanno avere, l’indovino interrogato dalla madre sul destino del giovane figlio, diede una risposta che avrebbe lasciato attonito lo stesso Socrate: “Vivrà a lungo, purché non conosca sé stesso”. Non conobbe altro che sé stesso, quel giovane desiderato da ogni fanciulla. E fu la ninfa Eco per ultima ad essere respinta.

Ma allora dov’è l’anima, se non la troviamo neppure nei nostri ricordi, negli scritti, nelle fotografie. Forse, per dirla con San Tommaso, è “Tota in toto corpore”: è ovunque ma in nessun luogo specifico. Un po’ come nel moderno concetto di “emergenza”, è una qualità che affiora dal legarsi insieme di singoli fattori, che presi da soli non dispongono di vita, non hanno individualità, ma che una volta interconnessi raggiungono un nuovo livello di esistenza. È una nozione che proviene dalla fisica, dall’osservazione delle transizioni di fase ovvero di come si passi da un livello locale a uno globale. Un insieme di molecole può divenire cellula; un ammasso di cellule, organismo; un insieme di persone, gruppo. Così, nel nostro riconoscerci come individui, adottiamo una specie di interfaccia, di accoppiamento col mondo, che ci restituisce una certa impressione di identità e di esistenza. Ma questa stessa esistenza è di una natura tale che, come in tutti i processi emergenti, non dispone di un locus, di una collocazione nello spazio e nel tempo.

In un poema del IX secolo, della tradizione buddista Vajrayana, si legge: “Coloro che credono nella sostanzialità sono simili a vacche, Coloro che credono nella vacuità sono ancora peggio”. Chissà cosa si sarebbe detto di noi, che crediamo nell’iPad.

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